Quando l’invidia sorride invece di parlare

Fotografia verticale di un foglio color avorio su un tavolo in legno scuro, con un aforisma scritto in grande calligrafia nera sull’invidia. Attorno al foglio si vedono due piccole maschere decorative, una clessidra in legno, una piccola cornice dorata, foglie secche, una pietra chiara, un piccolo oggetto rotondo scuro riflettente e una penna nera. In basso sul foglio compare la firma “Dolce e Amaro”.
Una foto di una vacanza, di una casa o di un traguardo mostra un momento scelto da chi la pubblica. Chi la guarda conosce invece anche le proprie rinunce, le giornate inconcludenti e i progetti ancora fermi. Il confronto può diventare ingiusto già qui: mettiamo accanto un frammento della vita altrui e tutto il peso della nostra.

Il sorriso evocato dall’aforisma racconta la distanza possibile tra una reazione visibile e ciò che si prova. Non permette, però, di leggere nella mente di una persona. Un apprezzamento breve, un silenzio o un entusiasmo contenuto non dimostrano da soli invidia. Diverso è osservare commenti che, con regolarità, riducono ogni risultato a fortuna, denaro o apparenza: in quel caso possiamo contestare la svalutazione senza pretendere di conoscerne la causa.

La stessa attenzione serve quando siamo noi a sentire fastidio davanti a un’immagine. Una partenza può ricordarci il riposo che ci manca; una festa può farci avvertire una solitudine che durante il giorno riusciamo a ignorare. Riconoscere quel desiderio permette di occuparcene senza trasformare chi è nella foto in un avversario. Non occorre screditare una gioia per prendere sul serio una propria mancanza.

Si può anche interrompere per un po’ lo scorrere delle immagini e tornare a ciò che è concretamente possibile nella propria giornata. La fotografia continuerà a raccontare quel momento; non deve diventare il metro con cui giudicare un’intera vita.

 

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